Madre Anselma, membro dell’Itituto delle Suore di Carità di Santa Maria, è stata una religiosa severa, esigente, ma genuina e comprensiva; non indulgeva a nessuna mollezza, tanto meno ad alcuna connivenza. Donna integra, tutta d’un pezzo, un po’ spartana per l’educazione ricevuta in famiglia, padrona di sé, seppe opporsi alle autorità italiane (in Africa e in patria), a quelle canadesi, e perfino a vescovi e cardinali, pur di soccorrere cristianamente coloro in cui Dio si identifica: gli ultimi dello scacchiere sociale. La “suora di Carità” si avvertiva quando si trovava di fronte a situazioni di povertà e di miseria sulle quali “doveva” intervenire subito e con risoluzioni apparentemente impossibili, quando non addirittura ingenue, se dietro non ci fossero state la “sua” fede e la “sua” rara umanità, unite a una libertà al servizio della verità nel rispetto della persona. L’attenzione a coniugare carità, lavoro, disciplina e osservanza della Regola, a volte poteva apparire meticolosa; in verità era un programma di vita impegnativo e liberante. Le consorelle lo capirono e collaborarono volentieri con lei, tanto da poterle far dire che le “opere” non erano sue, ma di tutte le suore insieme. Senza mai perdere i tratti caratteristici della sua forte personalità, aveva imparato a dominare il suo temperamento, a moderare certe “debolezze” caratteriali con la capacità di ricomporsi subito e di esprimersi con riflessione critica e pacata sugli avvenimenti e sulle situazioni.

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