Questo testo ci consente di guardare alla venuta del Figlio di Dio nel mondo facendo emergere la sua identità di servo (cf. Gv 13,1-15) che, in obbedienza alla volontà del Padre, dona la vita per l’umanità. In questa prospettiva, possiamo comprendere anche l’uomo che, avendo ricevuto già al momento della creazione una “predisposizione alla filiazione”, si ritrova poi, attraverso il dono dell’adozione filiale a cui è stato “immediatamente” preparato, in una nuova determinazione d’essere che specifica il suo agire. Ne consegue che la morale del cristiano, essendo radicata nel servizio vissuto da Cristo, è di carattere filiale e si manifesta come servizio verso i fratelli, soprattutto i “più piccoli”, riconosciuti, oggi, nell’embrione e negli ammalati di fine vita. Tale preferenza è giustificata a motivo della debolezza e della fragilità umana che il Figlio assume nell’incarnazione e che avrà il suo culmine nell’evento della croce. Ora, pertanto, l’humanum ha la consistenza del divinum sino a poter affermare che in ogni uomo piccolo, debole, rifiutato, sofferente è possibile scorgere la presenza del Figlio di Dio nella storia (cf. Mt 25,31-46 e Lc 10,29-37).

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