Nel mondo contemporaneo la distinzione dominante non è più quella tra lavoro intellettuale e manuale, ma quella tra lavoro e non lavoro, tra tempo occupato e tempo libero, tra ciò che è utile per l’individuo e la società e ciò che appartiene al gioco e alla festa.
Oggi più che mai c’è bisogno di ricentrare la vita del cristiano su Gesù Cristo. Gesù, con il suo modo di essere, introduce una nuova logica del lavoro, non più come castigo, ma come dono e compartecipazione alla creazione dell’universo. L’impegno della Dottrina Sociale della Chiesa e della pastorale sociale del lavoro è quello di evangelizzare il quotidiano e il mondo dei lavoratori, affinché il vangelo del lavoro di Gesù Cristo possa segnare in profondità questa esperienza dell’uomo.
Il lavoro ha senso non per rendere l’uomo più potente, per accaparrare più ricchezze, per schiacciare chi è più debole, per aver più potere di acquisto: questo non è il lavoro. Questo non è il lavoro che libera, ma è il lavoro che opprime e che schiaccia. Il lavoro sarà vero quando si sarà capaci di creare e donare, come Dio ha fatto. Se il lavoro è estromesso dalla logica del dono, lo si spoglia della sua ricchezza intrinseca.
«Non affannatevi dicendo: che cosa mangeremo? che cosa berremo? Oppure: di che cosa ci vestiremo? Tutte queste cose le ricercano i pagani […] Cercate prima il Regno di Dio e la sua giustizia» (Mt6,31-33).
Il lavoro, qualsiasi lavoro, deve sottomettersi al primato del Regno, non rinnegarlo né oscurarlo. Il lavoro si snatura non soltanto per l’avidità di possedere e neppure soltanto per una cattiva gerarchia di valori (il vestito e il cibo prima del Regno), ma soprattutto per la mancanza di fede.

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